L'Ordine

Archivio storico dell’Ordine 1926-1956

Responsabile del progetto e della collana Maria Letizia Mancuso

 

In questa sezione è possibile consultare il contenuto del volume “L’archivio storico dell’ordine degli architetti ppc di Roma e provincia, 1926 -1956” che ne raccoglie la storia attraverso la trascrizione dei Verbali delle riunioni degli iscritti avvenute dal 1926 al 1956. La consultazione è possibile sia attraverso una ricerca per data, consultando i singoli Registri dei verbali, sia attraverso l’elenco alfabetico degli iscritti. Ogni pagina è accompagnata da testi esplicativi necessari per comprendere lo scenario storico politico in cui si svolgevano gli incontri e le decisioni che venivano prese.

 

REGISTRI DEI VERBALI DELL’ORGANISMO DIRETTIVO E DELLE ASSEMBLEE

 

FASCICOLI DEGLI ISCRITTI

 

ELENCO DEGLI ISCRITTI 1926 – 1956

 

CONSIGLI DELL’ORDINE

 

TESTI A CORREDO

 

 

Può sembrare sorprendente, ma nel 2001 l’Ordine degli Architetti di Roma non era stato in grado di indicarmi il nome del nostro primo iscritto. Al momento si trattava di una mia pura curiosità, sorta casualmente, che comunque non aveva trovato risposta e che ci faceva capire che una parte del materiale documentale era stato portato, negli anni, nei depositi dell’Ordine senza essere stato ordinato e, come risultò da una breve indagine successiva, che una parte di esso risultava disperso o apparentemente non rintracciabile.
Da quella stessa prima ricognizione era emerso che, comunque, l’Ordine custodiva nei suoi uffici una parte degli originali dei verbali dei Consigli tenutisi dal 1930 al 1940 (mancavano quelli dal 1926 al 1930) e quelli del Sindacato Fascista degli Architetti del periodo che va dal 1936 al 1944, ma che quei documenti non erano mai stati oggetto di alcuna ricerca. Risultava anche, tra i documenti in nostro possesso, un Albo degli iscritti del 1940 che non riportava il numero di iscrizione dei singoli architetti e che risultò, successivamente, introvabile dopo il trasloco in piazza M. Fanti. All’epoca feci fare una copia dei verbali e ne iniziai la lettura per meglio comprenderne il valore storico. L’emozione provata nello sfogliare le pagine che riportavano tra le altre le firme di Piacentini, Piccinato, Libera e Calza Bini mi spinsero a svolgere una ricerca più approfondita. Volevo saperne di più. Con la Direttrice, dott.ssa Dina Berno, e con la Anna Carolini abbiamo incominciato a cercare personalmente le schede di iscrizione per cercare di colmare le numerose lacune di un elenco ancora largamente incompleto, specialmente per quanto riguarda i primi anni di vita dell’Ordine. Finalmente trovammo la scheda del luglio 1926 dell’arch. ing. Guido Venzo, dirigente della Banca d’Italia, residente in via Due Macelli che risultò essere il primo iscritto all’Ordine degli Architetti di Roma. Nella sua cartellina personale era acclusa anche una pagina del Giornale d’Italia che descriveva alcuni villini da lui progettati nella zona di via Boncompagni. Assieme alla sua trovammo anche altre tre schede, tra cui quella di Luigi Piccinato (iscritto n. 11), consegnate sempre nel luglio 1926 al Prefetto di Roma. Nasce in quel momento il primo nucleo di una indagine, che aveva ancora un carattere molto personale, per ricostruire una prima traccia della nostra storia. I risultati lasciavano ancora senza risposta molte domande. Appariva, ad esempio, sorprendente che il primo Presidente dell’Ordine, il prof. ing. Marcello Piacentini avesse il numero di iscrizione 563 (riferibile agli anni ‘40). Il dubbio fu sciolto quando ritrovammo la copertina originale del suo fascicolo (riutilizzata per altri documenti) sulla quale era indicato che il suo numero di iscrizione originario era il n. 4 e che, raro caso ma non unico nella nostra storia ordinistica, che prevede che il numero di iscrizione sia personale, a seguito di cancellazione alla fine della guerra e di reiscrizione, gli era stata attribuita un’altra matricola. Contemporaneamente continuava la lettura delle pagine dei verbali dalla quale emergeva una storia complessa che riferiva non solo del lavoro ordinario del Consiglio, ma che ci ha permesso di comprendere gli esordi di una nuova consapevolezza della classe professionale e le dinamiche e le discussioni strettamente collegate ad essa. Alcune sorprendentemente uguali a quelle di oggi sul ruolo degli architetti e sulla vicenda dell’attribuzione delle competenze nel mondo della progettazione (nodi evidentemente ancora non avviati a soluzione), altre che invece rispecchiano la complessa fase storica a cui questi architetti appartenevano. Ricordo in particolare la vicenda, vergognosa, della epurazione conseguenza dell’applicazione delle leggi razziali al nostro mondo professionale che comportò la cancellazione di Davide Pacanowski, dei due cugini Angelo e Romeo Di Castro e di Umberto Di Segni riportata nel verbale del 15 febbraio 1940 del Sindacato Interprovinciale Fascista degli Architetti e poi ratificata dalla Giunta dell’Albo degli Architetti di Roma nella stessa giornata. Colpisce molto la asciutta burocraticità della decisione che andava a colpire tra l’altro professionisti che ebbero successivamente nel dopoguerra modo di dimostrare l’alta qualità della loro cultura professionale con opere che restano ancora oggi nella storia della architettura italiana.
Nel 2004 mentre cercavo di approfondire la ricerca documentale e la mia conoscenza sul materiale in nostro possesso, usciva, riedito da Franco Angeli e scritto da Paolo Nicoloso un libro dal titolo Gli architetti di Mussolini con il sottotitolo “Scuole e sindacato, architetti e massoni, professori e politici negli anni del regime”. L’analisi fatta da Nicoloso si intrecciava profondamente con le vicende del nostro Ordine e con la storia personale e professionale dei personaggi che l’hanno diretto per quasi un ventennio fornendo anche la cornice in cui tutta la nostra storia poteva essere inquadrata. Si tratta di un testo che rende possibile la comprensione di molti dei fenomeni e delle contraddizioni che ancora tutt’oggi caratterizzano il nostro mondo professionale, ma che, pur analizzando in profondità la fitta rete di contiguità che collegavano il mondo della cultura architettonica e la politica, lo fa senza riuscire a mantenere completamente la sua neutralità rispetto agli avvenimenti, schierandosi apertamente a fianco delle posizioni assunte dal mondo professionale milanese e veneziano dell’epoca, in forte polemica con quello romano. La documentazione in nostro possesso ci consente oggi di affermare che alcune conclusioni di Nicoloso sono affrettate e, alla luce della stessa poteva essere possibile approfondire meglio il tema e rivedere alcuni giudizi storici. Per questa ragione quella che rappresentava una semplice curiosità personale ha assunto una dimensione del tutto nuova. Nasce in quel momento la necessità di approfondire e sistematizzare la ricerca rendendo pubblico il materiale storico in nostro possesso e quindi trasmissibile agli iscritti ed agli studiosi. Da quel momento la documentazione in giacenza presso i nostri archivi è diventata, con l’aiuto della responsabile dei fondi archivistici degli architetti dell’Ordine degli Architetti di Roma, arch. Maria Letizia Mancuso, prima oggetto di alcune borse di studio e, successivamente, una volta catalogata e sistematizzata, materiale per questa pubblicazione.

Amedeo Schiattarella