In arrivo il nuovo Codice degli Appalti: semplificazione o ritorno al passato?

di Redazione OAR

 

Si annunciano tempi duri per i liberi professionisti che si occupano di progettazione di opere pubbliche. Il Decreto Semplificazione, in discussione in questi giorni, intende modificare le competenze della Pubblica Amministrazione e dei professionisti, rendendo lo Stato parte attiva nell’esecuzione delle opere, con buona pace delle sempre più sacrificate libere professioni.

Il nuovo anno, prima o poi, aprirà le porte al Nuovo Codice degli Appalti che prevede un forte controllo del processo progettuale da parte dell’apparato statale.

Tra le novità più eclatanti il ritorno all’incentivo per la progettazione interna alla Pubblica Amministrazione, la reintroduzione dell’appalto integrato solo per le manutenzioni ordinarie e straordinarie, l’innalzamento delle soglie per le procedure negoziate e l’istituzione della Centrale Unica di Progettazione.

Sul piede di guerra molti operatori del settore, consapevoli che questo intervento normativo porterà confusione e minor qualità nel complesso sistema degli appalti pubblici, in nome di una semplificazione che, seppur auspicata, non può essere penalizzante per la collettività.

Fondazione Inarcassa, OICE e Rete delle Professioni Tecniche si sono fortemente opposti, ribadendo una chiara distinzione tra controllori e controllati e trasparenza nell’esecuzione delle opere.

Vediamo nello specifico le nuove proposte normative.

Ad oggi l’incentivo in misura massima del 2% per i tecnici dipendenti della Pubblica Amministrazione è destinato prevalentemente alle attività di programmazione della spesa per investimenti, alla predisposizione delle procedure di gara ed all’esecuzione dei contratti pubblici (art. 113, comma 2 del D.Lgs. 50/2016).

La nuova bozza del Codice prevede invece che sia riservato ai dipendenti “per le attività di progettazione, di coordinamento della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione, di verifica preventiva della progettazione”.

Per quanto riguarda la manutenzione ordinaria e straordinaria (a meno di interventi sostanziali su parti strutturali), si potranno affidare i lavori sulla base di un progetto definitivo, senza arrivare alla definizione esecutiva. In questa novità si può leggere il ritorno ad un appalto integrato, dove l’affidamento riguarda sia la progettazione che la realizzazione.

Aumenta la soglia prevista per l’aggiudicazione con il criterio del massimo ribasso (portata a 5,5 milioni di euro), mentre, per lavori di importo fino a 2,5 milioni di euro (contro il milione di euro attuale), sarà possibile adottare la procedura negoziata.

Il Decreto Bilancio, in questi giorni sul tavolo dell’Esecutivo, introduce poi la Centrale Unica di Progettazione, un organo composto da 300 tecnici, con specifiche competenze nella progettazione delle opere pubbliche. Tuttavia, accentrando nelle mani della Pubblica Amministrazione i ruoli di controllato e controllore, il conflitto appare lampante, così come verrebbe meno la possibilità di trarre vantaggio dai meccanismi della libera professione, dove l’offerta qualitativa viene sempre posta in primo piano.

(A tal proposito è possibile leggere il comunicato stampa dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia http://ordine.architettiroma.it/politica-ordine/manovra-architetti-roma-stop-a-centrale-progettazione-oo-pp-governo-riveda-scelta/)

In nome del principio di sussidiarietà, così come emerso durante il convegno “La buona burocrazia per una migliore Architettura. Sussidiarietà e digitalizzazione. Regolamento Edilizio Tipo. La scommessa della Regione Lazio” il 18 dicembre alla Casa dell’Architettura, il mondo delle professioni, attraverso gli Ordini professionali, è a supporto dell’apparato statale per migliorare il vivere comune, auspicando chiarezza e non deregulation.

Una semplificazione del sistema è sicuramente auspicabile per la crescita del nostro Paese, ma non a scapito della trasparenza del meccanismo, della qualità dell’opera e soprattutto del rispetto dei ruoli che generebbe molteplici riserve e contenziosi. Inoltre la libera professione potrebbe seriamente risentire il contraccolpo di questo accentramento del processo progettuale all’interno della sfera pubblica, andando così a disperdere un patrimonio professionale prezioso.