Ascoltare di più le professioni

Amedeo Schiattarella - Intervista Corriere sera

Amedeo Schiattarella - Gli architetti: anche per noi bonus fiscale come alle pmi

In Italia c'è un architetto ogni 450 abitanti, in Fran­cia uno ogni 2.200. In tempi normali si chiamerebbe abbondanza creativa, oggi si chiama esubero occupa­zionale. «È vero, siamo in troppi - ammette Amedeo Schiattarella, presidente dell'ordine degli architetti di Roma - per questo la nostra attività ha meno valore e viene retribuita al ribasso rispetto agli altri Paesi euro­pei. Abbiamo calcolato che nel 2008 il reddito medio degli architetti italiani si aggira intorno ai 28 mila euro lordi l'anno. Una cifra che scende a 20 mila lordi se si tratta di giovani o donne».

  • Un effetto del crollo del mercato immobiliare e dell'intero comparto edile nell'ultimo anno? «Anche ma non solo. In Ita­lia paghiamo anche la polveriz­zazione della nostra attività: stu­di troppo piccoli che devono af­frontare costi troppo elevati: nessuna detassazione per mac­chine, molto costose, che dob­biamo acquistare così come suc­cede alle pmi. Nessuna agevola­zione per il costo del lavoro, ne­anche in una fase complessa co­me quella attuale. E così finisce che quasi nessuno può permet­tersi dipendenti ed è costretto a mantenere i collaboratori solo a partita Iva, senza ammortizzato­ri sociali e welfare».
  • Una crisi di settore che si è fatta sentire anche nella competiti­vità all'interno di gare interna­zionali. «Quasi mai riusciamo a essere competitivi - dice Schiattarella - molti studi italia­ni, anche di talento, devono far riferimento a partner stranieri, altrimenti non avrebbero possi­bilità all'estero dove chiedono fatturato alto, tanti dipendenti e dotazioni tecniche d'alto profilo. Tutte caratteristiche poco frequenti in studi attanagliati dalla crisi come quelli italiani».
  • Quali richieste avete messo in agenda per reggere l'urto di queste difficoltà? «Non chiediamo niente a nes­suno. Facciamo solo presente che gli studi di settore lo scorso anno si sono basati sulle tariffe della vecchia leg­ge, quella prima delle liberalizzazioni, scontate del 20%. Noi invece da un anno viaggiamo su tariffe che stanno al di sotto di almeno il 50%. Il tutto senza avere agevolazioni per l'accesso al credito e senza defiscaliz­zazione per le nostre macchine. Chiedere? E perché?».
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di Isidoro Trovato
dal Corriere della sera del 17.11.09


TRA CRISI D'IDENTITA' E RIFORME DISCUSSE - ASCOLTARE DI PIU' LE PROFESSIONI - Il terziario avanzato. Tra crisi d'identità e riforme ascoltare di più gli indipendenti.

I professionisti nelle società moderne hanno il ruolo di applica­re saperi e competen­ze e di mettere in relazio­ne la pubblica amministra­zione con cittadini e im­prese. Attraverso il loro de­licato lavoro quotidiano contribuiscono a costruire quel tessuto fiduciario necessario per tenere insie­me una comunità e guidar­la verso obiettivi di interes­se comune. In Italia pur­troppo le cose non stanno andando così e il mondo delle professioni attraver­sa una crisi identitaria che ha pochi precedenti. Di fronte a questa contraddi­zione e a questo sperpero di chance le scienze sociali avrebbero do­vuto studiare con maggiore impegno la materia e i po­litici avrebbe­ro dovuto de­d icare più tempo all' ascolto. Ciò non è avvenu­to negli anni in cui l'econo­mia comun­que cresceva e oggi ci ritro­viamo nel pieno della Grande Crisi con problemi identitari irrisolti e con una condizione sociale, che almeno per le giovani reclute, rasenta l'emergen­za. I professionisti che do­vevano rappresentare l'ac­celeratore della modernità italiana, si ritrovano relegati in una condizione di invisibilità.

Onestà vuole che si riconosca come di errori ne so­no stati fatti da tutte le par­ti in causa. Il dibattito sul­le liberalizzazioni, che è partito su spinta dell'Anti­trust e poi ha attraversato più legislature, si è rivela­to una grande occasione mancata. Le contrapposizioni hanno avuto la me­glio sulla ricerca delle solu­zioni e alla fine si è giunti a uno straordinario risulta­to: hanno perso tutti. Era sbagliata l'idea stessa di equiparare le professioni alle imprese e sottoporle a una regolazione tipica del­le attività economiche? Probabilmente no, la riven­dicazione del carattere in­tellettuale del loro prodot­to non era sufficiente per distinguere gli studi pro­fessionali dalle imprese commerciali. Perché que­sto principio dovrebbe va­lere per un architetto e non per la Microsoft che un discreto contributo al­lo sviluppo della cultura moderna lo ha pur dato? Gli errori dei liberalizzato­ri sono stati altri. Aver fat­to credere che si volesse­ro abolire gli Ordini e non riformarli, aver messo al centro della loro iniziativa il solo tema della concor­renza. E' con­vincimento di alcuni prota­gonisti di quella stagione - come Giuliano Amato - che al­la fine più che di un con­fronto costruttivo si trattò di una guerra nutrita da una ostilità che i liberal non avrebbero mai osato mostrare nei confronti del­le imprese industriali.

I professionisti, come del resto la piccola e me­dia impresa, hanno paga­to un sistema di relazioni imperniato sulla grande politica, la grande impre­sa e il grande sindacato. Un patto non scritto che ci ha governato per un lungo tratto della storia naziona­le ma che ci ha portato più deboli dentro il tunnel del­la crisi.

Oggi il dibattito è centrato sul rischi di rattrappimento che il no­stro apparato industriale sta cor­rendo e sull'eventualità tutt'altro che remota che un'uscita lenta dalla recessione venga pagata du­ramente in termini di posti di la­voro. Tra qualche mese però quando saremo in grado di fare un censimento più realistico dei danni che la crisi avrà causato al nostro sistema produttivo e si tratterà di mettere in relazione le nostre imprese con il mutamen­to del commercio internaziona­le, finalmente ci occuperemo del­lo stato di salute - si fa per dire - del nostro terziario avanzato.

La fotografia che emerge dal­l'indagine sulle aziende del ter­ziario avanzato, condotta sul ter­ritorio nazionale dalla Fondazio­ne Nord Est, non è confortante. La contrazione degli ordini è pe­sante perché le imprese stanno richiamando all'interno servizi che prima acquisivano sul mer­cato. Il 70% degli intervistati la­menta forti ritardi nei pagamen­ti con conseguenti difficoltà nel garantire la liquidità delle pro­prie aziende. L'occupazione non è crollata solo perché più del 50% delle aziende del terziario avanzato italiano ha uno o due addetti. Infine tre imprese su quattro hanno di fatto ridotto il loro raggio di competizione e si confrontano solo con concorren­ti locali.

È con questi dati che bisogna fare i conti. Giuste policy per fa­vorire lo sviluppo del terziario e riforma delle professioni sono due iniziative che devono mar­ciare parallele per essere credibi­li, averle separate - anche solo concettualmente - non ci ha aiutato né nei «meravigliosi An­ni 80» quando non era reato con­frontare Milano con Londra né a cavallo del nuovo secolo quando competenze e mercato non han­no trovato il modo di dialogare.

P.S. Per come si sta profilando la Finanziaria non sembra rispon­dere alle esigenze e alla richieste dei professionisti. Eppure dal lo­ro coinvolgimento potrebbe veni­re un importante contributo nel­la lotta contro l'evasione fiscale.
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  • Rischio liquidità - In sette casi su dieci gli intervistati lamentano forti ritardi nei pagamenti. Le difficoltà nel garantire la liquidità delle proprie aziende
  • Silenzio in Finanziaria - Dai professionisti può venire un importante contributo per la lotta all’evasione fiscale, benché non sembra che la Finanziaria per ora si occupi di loro

 

di Dario Di Vico
dal Corriere della sera del 17.11.09

 

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data pubblicazione: mercoledì 18 novembre 2009
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