Vittime del politicamente corretto

di Aldo Olivo

data pubblicazione: mercoledì 29 agosto 2012

Il "politicamente corretto", ormai, ci impone delle regole non scritte secondo le quali è impossibile parlare di certi temi, dire certe cose, sostenere tesi scomode.  Tutto è ormai omologato e sottoposto a questa censura (spesso autocensura) per cui tutto quello che si discosta dal sentire comune, da quello che la maggioranza sostiene, non può essere detto.

Una delle sue estreme applicazioni è spesso l'immobilismo dettato dalla paura "incrociata" di offendere tutti, le loro sensibilità, quello che ormai qualcuno ha deciso essere la cosa giusta da dire e da fare.

Sotto la cappa del "politicamente corretto" tutti soccombiamo, per un motivo o per l'altro, senza più poter sostenere idee minoritarie, aspetti "eccentrici", anomali, rispetto alla regola condivisa da tutti; questa condizione spesso poi ci impedisce di poter perorare una causa in cui comunque crediamo.

Cito ad esempio, per maggiore chiarezza, un argomento a tutti noi noto: l'abolizione dei minimi tariffari decisa nel 2006 dalla nostra classe politica sostenendo, così, di avviare un più ampio e libero accesso alle professioni.

Nelle molte discussioni a cui partecipavo spesso sentivo una frase ricorrente: "... i cittadini non capirebbero questa difesa "corporativa" dei minimi tariffari ..." e quindi ecco l'approccio ellittico di chi doveva rifiutare il senso della decisione senza poterlo dire apertamente; si cercava di ribadire la stupidità di una norma (stupida perché ininfluente rispetto al concetto in quel momento spacciato dal politico di turno) e contestualmente il suo superamento.

Oggi, passati ormai sei anni, possiamo dire - a voce alta - che quella decisione è stata un tassello fondamentale per la penalizzazione della nostra professione e per lo smantellamento del sistema professionale italiano?

Possiamo ribadire - non mi piace dire "l'avevo detto", ma questo purtroppo è accaduto - che l'abolizione delle tariffe ha favorito solo i grossi gruppi, già strutturati e "costretti" a ribassi eccessivi pur di garantire gli stipendi dei loro dipendenti, danneggiando invece i giovani, categoria a cui (a parole) era diretto il provvedimento?

Possiamo dire che "lo chiede l'Europa" è un tormentone ormai logoro usato in maniera demagogica ed opportunistica dalla classe politica italiana per calcoli di bottega che nulla hanno a che vedere con le esigenze di un paese  che sta collassando? E diciamolo! Diffondiamolo, Urliamolo!

 

Sull'onda del "politicamente corretto" l'ultimo tabù (solo in termini temporali) è la questione dell'Assicurazione obbligatoria. Nessuno può dire chiaramente che questo è un provvedimento che non ha nulla a che vedere con la tanto spacciata liberalizzazione del "rigido" sistema delle professioni (un mondo, quello delle professioni italiano, tra i più grandi d'Europa, alla faccia del SISTEMA CHIUSO E RIGIDO); che questo non contribuirà a rilanciare l'asfittico mercato dell'edilizia. Nulla di tutto ciò, questo è solo un regalo - un gran bel regalo, un gradevole presente, alle assicurazioni ed indirettamente agli avvocati per l'ovvio, futuro, lievitare dei contenziosi. Chi, sapendo che il professionista ha ormai una sua assicurazione, non ricorrerà ad un'azione legale se solo penserà di avere una debole ragione rispetto ad un qualsiasi cantiere che, come sappiamo, presenta sempre mille sbavature, centinaia di piccole discrepanze, tra il detto ed il realizzato?

Le assicurazioni, sogno di una notte di mezza estate, improvvisamente (il fatto che la versione definitiva della legge - il DPR 137/2012 - posticipi di un anno, dal 13 agosto 2012 al 13 agosto 2013, la sua entrata non sposta il senso del provvedimento) si trovano un nuovo mercato di 150 mila persone a cui affibbiare una polizza. Non mi sembra poca cosa! Se banalmente facciamo una moltiplicazione da scuola elementare, scopriamo che le circa 4/500 € a polizza - questa sembra il costo minimo di una assicurazione standard, ma è un "mondo" ancora tutto da scoprire - ci restituisce una somma i circa € 60.000.000; se togliamo un 50% di professionisti che possono già avere una loro assicurazione, resta sempre un giro d'affari di circa 30 milioni, niente male! Senza contare gli incrementi che probabilmente dovranno avere quelli che operano nel settore delle OO.PP.

Ma quello che davvero irrita (e usiamo termini molto edulcorati!) è quando qualcuno afferma che questo servirà a dare più lavoro (forse, ripensandoci, si riferivano alle assicurazioni e non a noi) e più garanzie. La consapevolezza poi che i professionisti da ora saranno dotati di assicurazione, come dicevo, innescherà una litigiosità, e quindi un amplissimo contenzioso, che favorirà altri (gli avvocati, in primis) ma non certamente i tecnici.

 

Per non parlare poi dell'altra grande favola, la liberalizzazione come garanzia di lavoro per tutti. Ma qualcuno ha cominciato a fare i conti di quanto costi fare l'Architetto in Italia? Di questi tempi l'INARCASSA ha pensato bene di elevare il contributo minimo portandolo a circa € 3.000 l'anno, a questo aggiungiamo l'assicurazione obbligatoria e i costi (ancora tutti da valutare) della formazione permanente - altra tassa annuale.

A questi nuovi costi, non dimentichiamocelo, dobbiamo poi aggiungere quelli già "consolidati": il materiale di studio, l'hardware, il software, l'iscrizione all'Ordine, le spese per fare concorsi, per investire in occasioni, opportunità di lavoro, in cultura, ecc.

Il primo gennaio di ogni anno già sappiamo che la necessità di lavorare ci costerà diverse migliaia di euro a cui dobbiamo aggiungere le tasse - sempre più elevate - che tutti dobbiamo pagare.

 

Ma allora forse è il caso di dire basta al "politicamente corretto", forse dobbiamo dire che il re è nudo e che spesso le decisioni prese dall'alto non sono giuste, adeguate.

Il nostro CNA dovrebbe dire, anzi URLARE, che così non si può più andare avanti e che alcune decisioni governative non possono essere applicate ad una disciplina come la nostra in cui già la semplice comprensione di ciò che siamo sfugge alla classe politica.

 

Le cronache invece ci mostrano piccole azioni di retroguardia, ci presentano comunicati in cui domina la mediazione, la trattativa, dando per scontato che tutto vada nella giusta direzione, ma non è così.

Spesso, quasi sempre, leggo di azioni e posizioni molto realistiche dei nostri vertici nazionali; idee corrette ma certamente non propositive, appiattite. Mi piacerebbe che qualcuno affermasse la nostra VERITÀ fatta dei moltissimi problemi e delle difficoltà giornaliere che, come un'antica macchina di tortura (la garrota, per chi volesse documentarsi), giorno per giorno si stringono intorno al nostro collo lasciandoci sempre più senza respiro. La vista si appanna, la mente si ottunde e la poca chiarezza non ci consente di agire giustamente, di dire che così non possiamo più andare avanti!

  

Non c'è più tempo, non possiamo aspettare altri giorni discutendo dei dettagli mentre altri, sopra le nostre teste, decidono regole e leggi non giuste, sbagliate e, cosa più importante, in palese contraddizione con quei principi che dovrebbero tutelare. Distanti da una professione che certamente presenta delle peculiarità che ai più possono sfuggire, vista anche la sua complessità ed articolazione.

 

Forse è il momento di abbandonare il "politicamente corretto" e rivendicare una posizione, la nostra, a chiare lettere, senza infingimenti. Diciamo come stanno le cose, almeno avremo il gusto di sparire (perché questo accadrà se non cambieranno le cose), affermando a testa alta ciò che siamo e ciò che rivendichiamo ma abbandoniamo gli approcci bizantini, le mediazioni che ci vedono sempre subordinati perché partiamo da posizioni già compromesse, che ci danneggiano, che ci vedono sempre perdenti in un braccio di ferro in cui il nostro avversario è fatto da 100 braccia pronte a schiacciarci.

Non per autocitarsi (non è mai gradevole ma a volte necessario), il nostro appello (quello che l'Ordine degli Architetti di Roma ha lanciato sulle pagine dei giornali e sul sito, nel mese di gennaio) ha raccolto ben oltre 5000 adesioni su un concetto chiaro; abbiamo sostenuto che il diritto all'Architettura è un diritto di tutti, e che per questo siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità.

Detto questo però non dobbiamo avere paura di sostenere anche quelle tesi che non possono incontrare il "gusto" degli altri, che non siano allineati al sentire comune.

Dobbiamo avere posizioni chiare ed inequivocabili per esprimere principi in grado poi di strutturare il nostro agire quotidiano.

 

Allora, come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea; come si concilia tutto questo con le ormai ripetitive chiacchiere sulla liberalizzazione, sul rilancio dell'economia, su un più ampio accesso alle professioni per garantire tutti?
Vorrei che qualcuno mi … CI SPIEGASSE!

 

di Aldo Olivo, architetto
del 29.08.12

 

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vedi anche:

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"Due pesi e due misure" di Aldo Olivo

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