Parola d'ordine, concertiamoci

Rassegna stampa - pubblicazione GU

Parola d'ordine, concertiamoci. Da Confcommercio agli avvocati, tutti pretendono. Dopo le proteste, comincia la trattativa sulla competitività.

"Mi sembra che più che un decreto sulle liberalizzazioni sia il via all'oppressione fiscale e all'oppressione burocratica". "Mi sto divertendo troppo". Non preoccupatevi, è normale, quando si parla di liberalizzazioni anche i pensieri e i commenti vanno in scioltezza che è una bellezza. Ancora di più se si tratta dello scontro tra due eterni rivali. Ovvero Silvio Berlusconi, suo il primo virgolettato, e Romano Prodi, quello che dice di divertirsi troppo alla reazione del primo.

La neonata vita delle liberalizzazioni anche ieri è caratterizzata dallo scontro politico. Anche se a fare da sfondo è l'assemblea di Confcommercio che riunisce in platea sostenitori e nemici della svolta imposta dal centro-sinistra. Dopo i blocchi dei tassisti, l'aggressione al ministro Fabio Mussi, i mal di pancia dei professionisti, insomma dopo i no di questi giorni, ieri è stato il giorno del nì-parliamone-forse e anche di qualche sì, anche se timido e sfumato comunque in inderogabili pretese.

Parliamone, ovvero, concertazione. È il tema ricorrente della prima relazione di Carlo Sangalli alla guida di Confcommercio. Rivolgendosi direttamente al ministro per lo sviluppo economico, Pierluigi Bersani, il successore di Billè chiede l'apertura urgente di un tavolo sul decreto varato la scorsa settimana per apportare modifiche e miglioramenti, "per il dialogo e il confronto c'è sempre spazio perché la concertazione non può essere un metodo ad intermittenza o a corrente alternata, che con alcuni si pratica e con altri no".

"Sul commercio abbiamo fatto operazioni di cui non abbiamo ragione di pentirci, se ci sono dei limiti, vediamo", è la replica di Bersani, "ho sentito le critiche, le critiche mi piacciono, le critiche le prendo, ma non mi dite che non c'è stato confronto. Sono cose ampiamente discusse". Un isolato fischio sottolinea qualche passaggio del ministro. Applaudito, invece, Silvio Berlusconi che, comunque, va via prima che Bersani prendesse la parola. Tutto ciò, mentre sbirciando attraverso le finestre della sala in strada si rivedono i taxi circolare di nuovo in città. Revocati i blocchi, le auto bianche tornano a catturare turisti giapponesi e professionisti frettolosi, insomma, a fare affari, ma resta lo sciopero proclamato per il prossimo 11 luglio. Sono, invece, in agitazione gli avvocati. Oggi sarà ascoltato dalla commissione di garanzia l'organismo unitario dell'avvocatura italiana alla luce della proclamazione d'urgenza dello sciopero a decorrere da lunedì prossimo.

Guardinghi, invece, commercialisti e ragionieri che hanno chiesto lo stralcio delle norme sulle professioni dal decreto legge sulle liberalizzazioni, nel corso di un incontro con i sottosegretari alla giustizia, Luigi Scotti e Luigi Li Gotti: "Il metodo adottato dall'esecutivo in occasione del decreto 223, anche e soprattutto per la parte concernente la riforma delle libere professioni, rappresenti metodologicamente uno strappo inaccettabile e dannoso. È per questo che abbiamo espresso l'auspicio che tutta la materia venga seguita direttamente dal ministero competente, quello della giustizia". E sul tema delle liberalizzazioni Clemente Mastella anche ieri non fa mancare il suo pensiero in merito, incassando il sostegno del ministro delle politiche giovanili, Giovanna Melandri. Rispondendo al question time della camera, il guardasigilli in sostanza ribadisce che non c'è "alcuna volontà di abolire gli ordini professionali, ma l'intenzione di rinnovarli".

Si rivolge, invece, direttamente al presidente del consiglio, Prodi, il comitato unitario permanente degli ordini e collegi professionali. Al premier chiedono un incontro immediato e l'istituzione di un tavolo di confronto col governo sulle misure introdotte con il decreto legge.
Il Cup, che raggruppa fra gli altri i consigli nazionali di ordini di notai, farmacisti, avvocati, ingegneri, architetti, commercialisti, medici e giornalisti, chiede inoltre "lo stralcio delle disposizioni prive dei requisiti di necessità ed urgenza da far confluire in un separato disegno di legge, al quale assicurare una corsia preferenziale in parlamento e attraverso la consultazione delle categorie interessate".

A Prodi e ai suoi ministri, dunque, tocca rivedere l'agenda. E cominciare a fissare gli orari di ricevimento. Lunedì Prodi incontrerà Federfarma, mentre il ministro della salute, Livia Turco, vedrà oggi pomeriggio i rappresentanti della federazione degli ordini dei farmacisti italiani. Ai leader della coalizione che sostiene "il premierato" di Prodi, il duro lavoro nell'ombra di sostenere l'iniziativa governativa. "Proseguiremo sulla strada delle liberalizzazioni ovviamente discutendo con i soggetti che sono coinvolti", sostiene il segretario dei Ds, Piero Fassino.

"Il dialogo con le parti è importante e necessario ma le decisioni che il governo assume ed ha assunto sono state fatte nell'interesse dei cittadini per ridare competitività, concorrenza e migliorare i servizi", sono invece le parole del ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro. "La liberalizzazione è utile sia per gli utenti che per i tassisti. Se servono aggiustamenti tecnici ci penserà il ministro Bersani. Bisogna solo far sbollire questa fase che è stata presa un po' troppo male", dice il ministro dei trasporti, Alessandro Bianchi. Dal fronte del centro-destra, oltre al secco messaggio di Berlusconi, anche il leader Udc, Pierferdinando Casini incalza, seppure con la oramai consueta moderazione, il governo: "Una classe politica seria non si spaventa delle proteste, se è convinta delle sue ragioni le sostiene". Ammiccamenti, certo, ieri tra le forze politiche ne sono stati liberalizzati in tanti.

 

di Emilio Giuventù
da Italia Oggi del 07.07.06


Sì a una vera riforma. No all'arroganza

Il decreto Bersani sta suscitando un vivace dibattito dal quale cominciano ad emergere, dopo l'iniziale e quasi incondizionata approvazione da parte dei media, riflessioni critiche sul merito dei provvedimenti e sul metodo adottato dall'Esecutivo. Un intervento di tale portata, del resto, non può che contenere alcune misure apprezzabili e altre discutibili, in un quadro fatto di luci e ombre. Uno degli assi portanti del provvedimento è relativo alle professioni intellettuali.

Nei mesi scorsi, proprio su questo giornale, ho avuto modo di sostenere che la riforma delle libere professioni, colpevolmente procrastinata di legislatura in legislatura, ha tardato a vedere la luce non solo per i ritardi della politica, ma anche per alcune resistenze esercitate dalle professioni stesse. Sono convinto che per queste ultime è arrivato il momento di rispondere a questa domanda: in un quadro di riferimento profondamente mutato, come ci si "attrezza" per mantenere la propria indiscussa centralità nel sistema produttivo italiano? Una prima risposta a questo interrogativo può a mio avviso venire tanto dalla volontà delle professioni di emanciparsi da lacci e lacciuoli che ne impediscono una presenza veramente libera sul mercato, quanto dalla rifondazione del sistema di rappresentanza degli interessi dei professionisti, mentre gli Ordini andrebbero ricondotti nel loro naturale alveo: quello della tutela della fede pubblica, dal quale sono stati troppo spesso costretti ad esorbitare.

Inquadrati da questa prospettiva, i provvedimenti del pacchetto Bersani non ci fanno affatto paura. Per i commercialisti le tariffe minime non sono un totem da anni, così come su pubblicità e società multiprofessionali le nostre aperture sono note da tempo. Il dibattito, pur nelle differenze inevitabilmente presenti tra le posizioni dei vari Ordini, si era spinto molto avanti, tanto da far ritenere ai più che questa sarebbe stata la legislatura della riforma. È quindi davvero sorprendente l'accelerazione imposta sul tema, con il ricorso difficilmente comprensibile alla decretazione d'urgenza.

Il sospetto, che è quasi una certezza, è che la fretta con la quale sono state adottate queste misure. nasconda un approccio aprioristicamente persecutorio nei confronti dei professionisti. Si ha come la sensazIone che quella corrente di pensiero che negli ultimi anni si è avvalsa di una agguerrita pubblicistica per individuare negli Ordini il principale freno allo sviluppo economico del Paese, abbia finalmente potuto dar sfogo ai suoi istinti punitivi, con un gesto inutilmente arrogante. Con effetti che potrebbero andare ben iltre la portata delle misure adottate e che rischiano di far fare enormi passi indietro al confronto tra politica e professioni. Perchè, se è vero che una riforma equilibrata ma anche coraggiosa e per certi versi radicale è urgente, è altrettanto vero che essa dovrà comunque nascere in un clima di rispetto e dal riconoscimento del ruolo insostituibile delle professioni intellettuali.

Se questo principio dovesse venir meno, il terreno del confronto risulterebbe inevitabilìnente accidentato. È questo il motivo per cui è sicuramente apprezzabile la volontà manifestata dal ministro Mastella di ricondurre tutta la questione nell'ambito di un riforma complessiva del comparto. Vedremo oggi, nell'incontro opportunamente programmato presso il ministero della Giustizia, quale sarà la piattaforma che il Governo sottoporrà all'attenzione delle professioni. Ma si può sin d'ora affermare che lo sforzo concertativo del ministero è una palese dimostrazione del fatto che è in atto il tentativo di porre rimedio agli strappi e alle forzature del decreto Bersani.

Un dialogo condotto nelle sedi appropriate e basato sul confronto, del resto, potrebbe inoltre ridurre il rischio per il Governo di apparire affetto da strabismo politico. Come è avvenuto quando, dopo aver assunto il tema della concertazione come irrinunciabile, vi ha fatto ricorso solo con sindacati e Confindustria, interlocutori che sembrano spesso dettare l'agenda alla politica, mentre tutti gli altri soggetti in campo, accomunati dall'indistinta e pregiudizialmente offensiva definizione di corporazioni, sono stati costretti a subire decisioni prese altrove.
Con il paradosso, che emerge con chiarezza dalla logica ispiratrice dell'altro blocco della manovra governativa, il cosiddetto "pacchetto Visco", che, proprio mentre viene loro riservato un simile trattamento, agli Ordini, a quelli economico-contabili nello specifico, viene contestualmente richiesto un ulteriore sforzo di collaborazione con la Pubblica amministrazione, questa volta per contribuire alla lotta all'elusione e all'evasione fiscale. Non ci sottrarremo certo a questo nuovo impegno, nell'interesse dell'economia italiana, nonostante riserve e perplessità su alcune delle norme previste. Ma vale la pena sottolineare come, anche in questo caso, nel quale i professionisti vengono nuovamente chiamati a un ruolo di supplenza nelle funzioni istituzionali dell'amministrazione, la strada del dialogo preventivo non sia stata percorsa.

Una ragione in più per prendere definitivamente coscienza del fatto che obiettivo primario dei professionisti deve essere quello di farsi parte sociale, autorevole rappresentanza di quasi dùe milioni di lavoratori italiani.

 

di William Santorelli, presidente Consiglio nazionale ragionieri commercialisti
da Il Sole 24ore del 06.07.06


INTERVISTA - Il sottosegretario Scotti - Sì al confronto sul minimo tariffario

Stiamo raccogliendo tutto il materiale necessario che possa servire al Governo per una valutazione obiettiva e complessiva dell'intera situazione». Sul "caso professioni" il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Scotti, annuncia che il ministero guidato da Clemente Mastella punta a completare entro la settimana un primo giro di consultazioni con le principali categorie dei professionisti. Con un preciso obiettivo: «Raccogliere indicazioni utili e proposte» per «aggiustare eventualmente» il decreto-Bersani. Nel mirino c'è l'abolizione del minimo tariffario già duramente contestata dagli avvocati. Quanto allo strumento da adottare per i ricchi, Scotti prospetta due percorsi: modifiche al decreto in sede di conversione o immediato varo di un disegno di legge quadro per le professioni. Ma sottolinea: «Sarà tutto il Governo a decidere».

  • Dal decreto Bersani è nato un giallo sulle competenze nel Governo sulle professioni. Si è chiarito a chi spetta il "pallino"?
    All'inizio si era profilato uno spostamento di competenze per quanto riguarda la riforma degli ordini professionali, poi il ministro Mastella è stato rassicurato che la competenza spetta al ministero della Giustizia.
  • Intanto gli avvocati hanno proclamato un lungo sciopero...
    Abbiamo già sentito la rappresentanza degli avvocati, e subito dopo ascolteremo tutte le principali categorie professionali.
  • Il no all'abolizione del minimo tariffario è quasi unanime. Che cosa rispondete?
    Gli avvocati ci hanno detto di essere contrari all'abolizione del minimo tariffario, perche questo comporterebbe il pericolo di una dequalificazione professionale. E hanno anche sottolineato che la Ue ha già detto che sono possibili alcune deroghe per le professioni, come il legale, che svolgono un servizio di pubblica necessità. Su questo tema e su gli altri sul tappeto noi per ora
    continuiamo le audizioni.
  • Quando pensate di chiudere il tavolo?
    Contiamo di concludere il primo giro di consultazioni entro la settimana. Dopo gli avvocati, incontreremo i notai, i dottori commercialisti e successivamente medici, farmacisti e psicologi e ingegneri, architetti, geometri e via dicendo.
  • Una volta chiuso il tavolo, il ministero della Giustizia pensa di mettere nero su bianco dei ritocchi al decreto?
    Io ed il sottosegretario Luigi Li Gotti raccoglieremo le indicazioni e le proposte delle categorie e le riferiremo al ministro. Spetterà poi al Governo decidere collegialmente.
  • Lei pensa che il Governo potrebbe emendare il decreto Bersani in Parlamento?
    Tutte le eventualità sono possibili. Anche un aggiustamento in sede di conversione tenendo conto delle peculiarità specifiche di alcune categorie, oppure l'immediato ricorso a un disegno di legge quadro per le professioni.

 

di M.ROG.
da Il Sole 24ore del 06.07.06


Professione moderne, vantaggi per tutti

Con il decreto Bersani per la concorrenza si è fatto un decisivo passo avanti nel processo di liberalizzazione e, anche solo per il merito di aver cominciato, esso va visto con molto favore.
Per quando riguarda il settore dei servizi legali, però, le innovazioni previste sono da considerarsi un, seppur fondamentale, calcio d'inizio. Se non seguito da una vera partita, sarà destinato a produrre, nei fatti, risultati modesti e forse, addirittura qualche nuova inefficienza.
Per i consumatori, le più importanti novità introdotte sono l'eliminazione dei minimi tariffari e del divieto di fare pubblicità. In realtà abolire i minimi tariffari ha un valore più simbolico che di sostanza. In Italia, infatti, i minimi sono tutto sommato ininfluenti rispetto alle distorsioni del mercato dei servizi legali. Se l'obiettivo, è quello, più che auspicabile, di rendere i prezzi dei servizi professionali segnali di qualità, la regola da smantellare è piuttosto quella
che governa la formula di determinazione dell'onorario degli avvocati, mentre, a tale scopo, i minimi hanno poca rilevanza.

Anche la possibilità di farsi pubblicità in questo contesto serve a poco e addirittura - bisogna convenire con gli avvocati - può produrre qualche pericolosa distorsione.
A che servono pubblicità e assenza di limiti al ribasso delle tariffe se poi il costo complessivo del servizio che si acquista non si può sapere in anticipo, e perciò non si è in grado di confrontare le offerte di due diversi professionisti, e non ci si può fare un'idea del rapporto qualità/prezzo?

Attualmente le tariffe riguardano, infatti, non un prezzo complessivo per il servizio di assistenza legale, ma soltanto i singoli atti e prestazioni che l'avvocato svolgerà. Atti e prestazioni il cui numero può, per uno stesso caso, variare molto a seconda della strategia processuale scelta dal legale. L'onorario complessivo è la somma di tutte queste singole tariffe per singoli atti e, perciò, può ben accadere il paradosso che, alla fine, la parcella presentata dall'avvocato che pratica prezzi inferiori agli attuali minimi sia più alta di quella di un altro che invece non fa sconti. La pubblicità in questo contesto può servire poco al consumatore per orientarsi nella scelta tra un professionista e un altro.

Può forse aiutarlo a capire se il servizio reso da un avvocato è qualitativarnente superiore, ma non può dargli al contempo indicazioni su quanto costerà in più, in termini di parcella, la maggiore qualità. Peggio ancora se la pubblicità è nei fatti volta a una concorrenza in termini di prezzo, perchè, visto che promettere minimi bassi non equivale a proporre una parcella veramente contenuta, essa finirebbe per favorire una concorrenza poco leale. Ben altro impatto potrebbero avere le novità introdotte dal decreto se venisse anche previsto che le parcelle degli avvocati siano a forfait e non più a prestazione: preventivi di spesa sarebbero possibili, così come i confronti tra le offerte di vari professionisti. I prezzi diventerebbero segnali di qualità, la pubblicità non sarebbe nè inutile, nè tanto meno fuorviante.

Ma quali sarebbero i costi politici per introdurre tale modifica? Non pochi. Come per tutte le riforme che interessano settori delicati, anche la decisa opposizione e le proteste delle categorie interessate sono un forte deterrente. Lo sono in modo particolare nel caso di un settore cruciale che, come la giustizia, è già di suo in uno stato di inefficienza intollerabile.
Vero è però che, mai come in questi ultimi anni, si è reso evidente il collegamento tra concorrenza nel settore delle professioni e costi d'impresa e che i costi politici di affrontare una riforma dell'avvocatura cominciano ad essere controbilanciati da quelli di non farla. Ed è vero, inoltre, che mai come ora l'avvocatura, sotto la pressione della globalizzazione, sta comprendendo la necessità di modernizzarsi.

Viene allora da chiedersi se a dispetto delle frequenti dichiarazioni di chiusura degli organi di rappresentanza dell'avvocatura - che fanno il loro mestiere di cercare di spuntare il massimo possibile per la categoria che rappresentano - si stiano invece aprendo spazi che renderebbero possibile il reale cambiamento. Informazioni statistiche sulle posizioni degli avvocati su questi temi vengono, per la prima volta, da un'inchiesta condotta lo scorso dicembre dall'Ordine di Milano sui suoi iscritti. Quello che emerge non è incoraggiante, ma nemmeno catastrofico. Circa il 60% degli intervistati è fortemente contrario anche al solo cambiamento dell'attuale regime tariffario "a prestazione" e nel restante 40% soltanto un quarto è decisamente favorevole al cambiamento. Rispetto all'eliminazione dei minimi tariffari i fortemente avversi scendono al 44%. Rispetto a un'eventuale introduzione della contingency free, che comporta che una parte rilevante dell'onorario sia dovuta solo in caso di vittoria e sia proporzionalè al valore della causa e che il decreto Bersani rende possibile (lasciando però da definirne e disciplinarne forma e misura) l'apertura migliora ancora di un poco: i decisamente contrari scendono al 37%, i decisamente favorevoli salgono al 29%, il 34% non ha convinzioni forti. L'ipotesi di dover fornire obbligatoriamente un preventivo scritto al cliente è invece ancora sgradita ai più. Il 51% è decisamente avverso. Pur tenendo conto del fatto che il distretto di Milano è uno dei più aperti al cambiamento e che quindi i risultati in altre zone d'Italia sarebbero forse un poco peggiori il quadro è piuttosto chiaro: i costi politici di una radicale modifica dei tariffari sono ancora alti, ma esistono spazi di apertura che consentirebbero di trovare una soluzione. Bisogna tentare, ed è opportuno farlo presto.

 

di Daniela Marchesi
da Il Sole 24ore del 05.07.06


Mastella: riqualificare gli ordini è la via maestra

A distanza ormai di qualche giorno dall’adozione del decreto sulla competitività di alcune tipologie di servizi e sulla loro liberalizzazione è doveroso dedicare una riflessione ad un tema che si impone come centrale nel processo di riforma nel sistema professionale, la comprensione cioè di come negli ultimi anni il mondo delle professioni e degli Ordini in
particolare sia cresciuto. Quando si pensa a questo mondo si crede ancora che si tratti di un’enclave chiusa e protetta da aprire o azzerare come sistema e non si pensa a sufficienza al fatto che si tratta di un insieme di individui, per altro piuttosto esteso, che agiscono legittimamente in funzione dei propri interessi, come le imprese cui sono assimilati, ma che
partecipano a culture e a modelli di lavoro continuamente in cambiamento, grazie al loro apporto di conoscenze, alla loro forte vocazione a fondere assieme radici antiche e innovazione.

La stagione di riforma che sta per aprirsi deve valorizzare quindi gli elementi di forza che le professioni intellettuali italiane esprimono e rafforzare alcuni aspetti relativi all’offerta di politiche che gli ordini e (con le dovute differenze) le Associazioni professionali propongono ai loro iscritti, costituendo quel tessuto di supporto e di stimolo alla loro attività e alla loro capacità di partecipare allo sviluppo del Paese.

La riforma del sistema professionale italiano non potrà essere giocata soltanto sulla dimensione della sua ingegneria interna (ordini sì, ordini no, ordini forse) ma dovrà occuparsi di alcuni contenuti essenziali non per la “sopravvivenza” degli Ordini e delle Associazioni professionali, ma per la loro riqualificazione e per il futuro dei milioni di persone che producono servizi alle persone e alle imprese.

In questo senso, le attuali strutture istituzionali delle professioni dovranno crescere per:

  • 1. fornire ai professionisti una formazione continua e specializzata, che li accompagni durante la loro vita di lavoro e che dia loro modo di aggiornare le proprie conoscenze e i migliori formati di sviluppo da suggerire alla clientela;
  • 2. far crescere fra gli iscritti una cultura di internazionalizzazione attiva, che li porti a considerare la mobilità non come una minaccia ma come una opportunità e come un ineludibile passaggio storico, oltreché economico;
  • 3. certificare la qualità delle competenze espresse dagli iscritti, affinché queste possano essere riconosciute, riprodotte e scambiate, all’interno di precise logiche di mercato;
  • 4. proporre supporti per lo sviluppo di un rinnovato atteggiamento organizzativo dell’attività di studio, posto che la dimensione e le procedure di erogazione dei servizi dovranno andare verso logiche sempre più intrecciate e complesse, per seguire una domanda sia sociale, sia economica, altrettanto articolata;
  • 5. definire e controllare la deontologia dei professionisti, sul piano molto più difficile del rispetto delle norme costituito dall’adozione dei comportamenti in piena libertà d’azione, che non possono essere in alcun modo lesivi dell'interesse dell’utenza e della collettività cui i servizi professionali sono diretti;
  • 6. avviare un serio percorso di formazione di famiglie professionali, visto che la competizione internazionale comporta la condensazione di saperi e di servizi in aree, al cui interno superare gli sbarramenti fra categorie diverse più o meno innovative.

Non si vuole certamente mettere in discussione che le professioni si dovranno confrontare sempre più spesso con le dimensioni e le regole della competizione di mercato, ma è altrettanto certo che dal mercato i servizi professionali non vengono apprezzati in base al tipo di regolamentazione che li contraddistingue, piuttosto per la qualità che chi le esercita, esprime e mette a disposizione della collettività. Se la riforma cui stiamo per mettere mano saprà corrispondere a questa aspettativa, allora potremo dire davvero di aver contribuito ad avviare una svolta storica in uno dei settori economici italiani più pregiati e più delicati per le direzioni da imprimere allo sviluppo.

È con questo spirito che chiedo collaborazione agli ordini ed è questo il motivo che mi spinge a pensare che sarebbe “sbagliato” e dannoso che una parte vitale del Paese si senta aggredita o punita. Non sono iscritto al Partito dei nemici della concorrenza e della modernità ma neppure sono iscritto d’ufficio al Partito della cancellazione. Sono iscritto, invece al Partito della concertazione e della decisione frutto di assunzione di responsabilità politica.

 

di Clemente Mastella, ministro della Giustizia
da Il Sole 24ore del 05.07.06


Ordini convocati domani al ministero

Stanza 342, secondo piano, ministero della Giustizia: i rappresentanti degli Ordini sono convocati per domani, di prima mattina. All’ordine del giorno i “problemi relativi alle innovazioni da apportare alla disciplina degli Ordini professionali e alle modifiche già introdotte al decreto legge in corso di pubblicazione”. La convocazione è firmata dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella, anche se la riunione sarà coordinata dal sottosegretario Luigi Scotti (...). Gli Ordini si presenteranno dopo aver discusso, oggi pomeriggio, le azioni da intraprendere rispetto alla “forzatura” operata con il decreto legge approvato venerdì, con la liberalizzazione dei minimi, della pubblicità e delle società multiprofessionali. Intanto, questa mattina, si terrà l’assemblea dell’Avvocatura, in cui l’Organismo unitario proporrà una “incisiva e protratta astensione generale”. Contro il decreto si prepara dunque la guerra. Riusciranno le professioni a sgombrare il campo per avviare le grandi (e lunghe) manovre per la riforma delle professioni?

 

da Il Sole 24ore del 05.07.06


LA POLEMICA - Il Guardasigilli critica ancora il decreto-Bersani: per il ministero anche una beffa da 85 milioni - Mastella chiama Prodi e protesta "Io quel decreto non lo firmo". Rilievi anche alle norme sull'Iva: "Non serve codice penale per irregolarità lievi". Il ministero della Giustizia perderà il 10 per cento degli onorari dei notai.

ROMA - Il decreto sulle liberalizzazioni non uscirà da palazzo Chigi, e comunque non otterrà la controfirma del ministro della Giustizia Clemente Mastella, finché il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani non terranno nel debito conto le richieste del Guardasigilli e non faranno qualche necessario ritocco al testo. Se la minaccia dell'appoggio esterno al governo è stata messa sul tavolo due giorni fa dal leader dell'Udeur, ma di fatto è rinviata a fine agosto quando a Telese si svolgerà la festa dell'Udeur, in queste ore si sta giocando invece l´unica partita possibile, quella di correre ai ripari sul testo del decreto.

La linea di Mastella è drastica e lui stesso ne ha parlato ieri con Prodi nel corso di un chiarimento telefonico, mentre non ci sono stati ancora contatti diretti con Bersani. Ma sulle manette agli evasori dell'Iva e sulle parcelle dei notai qualcosa dovrà cambiare. Sull'Iva il Guardasigilli ha espresso a Prodi tutto il suo dissenso: «Non esiste che si metta mano al codice penale per versamenti mancati di lieve entità». Ed è probabile che su questo sia possibile qualche correttivo prima della pubblicazione del decreto. Più difficile intervenire sulle nuove regole per i notai, ma Prodi avrebbe assicurato a Mastella la possibilità di fare correttivi in sede di conversione. Politicamente la linea di Mastella è chiara e a Prodi l'ha spiegata così: «Il mio partito non può solo fare rinunce e cercare ogni mediazione possibile come sulla bioetica e l´Afghanistan. Non rinuncio alle mie battaglie solo perché sono diventato ministro della Giustizia. Dopo anni di vita politica posso benissimo rinunciarci».

Tra un dibattito con il Garante della privacy Pizzetti sulle intercettazioni e uno sui tempi della giustizia con Marvulli, Rognoni e Berlinguer, il Guardasigilli fa una scoperta che esaspera il contrasto con Bersani e inasprisce il fastidio per l´intervento sulle professioni. Mastella si accorge che le nuove norme sui notai (scompare la tariffa minima) colpisce in pieno il suo stesso ministero. Un danno netto di 85 milioni di euro. Sono i tecnici di via Arenula a trovare la tragicomica sorpresa e la collera di Mastella per essere stato bypassato da Bersani si acuisce. Cos´è successo? Il 10% degli onorari dei notai finisce agli archivi notarili che dipendono dal ministero. Tagliati quelli ci perde pure la Giustizia. E il danno potrebbe essere ben maggiore degli 85 milioni finora stimati. Inevitabile la conclusione del ministro: «E io che ci sto a fare lì se poi non ho neppure una lira da spendere?».

 

di Liana Milella
da La Repubblica del 05.07.06


Professioni perchè vanno ascoltate

C'è qualcosa che non va nel dibattito sulle (indispensabili) liberalizzazioni. Il decreto Bersani rappresenta una scossa salutare per l'economia italiana, come hanno scritto sul Sole-24 Ore di sabato e domenica Fabrizio Galimberti e Giangiacomo Nardozzi. Bene, ma il Governo avrà passato l'esame di liberismo, e di equità, quando avrà dimostrato di coltivare la stessa volontà riformatrice anche nei confronti delle categorie che fanno parte delle proprie costituencies elettorali: i sindacati, il pubblico impiego, il mondo dei servizi locali (l'acqua, per esempio, è rimasta fuori dal decreto Bersani). Perche le confederazioni non sono soggetti Iva o Ires? E per quale ragione, in un mercato più aperto, le cooperative debbonò conservare un medievale privilegio fiscale? E se fossero trattate al pari delle altre imprese ciò non renderebbe più accettabile alle farmacie il sacrificio loro richiesto?

Il ministro per lo Sviluppo economico ha dichiarato a "Repubblica" che sulle «regole non dev'esserci concertazione». E' giusto che il Governo decida in proprio e si assuma anche responsabilità impopolari. Accade nelle democrazie economiche più evolute. Ma la frase apodittica del ministro si applica anche alle regole del mercato del lavoro? O in quel caso la concertazione è non solo auspicabile, ma persino necessaria?

Domande, solo domande, in margine a provvedimenti che, almeno nella loro filosofia di fondo, la Casa delle libertà avrebbe dovuto adottare quand'era al Governo. Misure nella direzione di un ammodernamento dell'economia, ma sicuramente migliorabili anche, e soprattutto, con il contributo delle categorie. E qui viene il punto. La competitività del Paese dipende da molti fattori, ma a leggere alcuni commenti al decreto Bersani si ha l'impressione che l'unico vero ostacolo sulla via del progresso sia rappresentato da professionisti, farmacisti o tassisti. Non esageriamo. Alcuni ordini (giornalisti compresi) e associazioni hanno le loro responsabilità; spesso difendono posizioni anacronistiche. Ma seppellirne i meriti e l'indiscusso ruolo sociale sotto un'ondata anticorporativa e un po' demagogica appare francamente ingiusto.

Gli iscritti agli Albi sono 1,8 milioni. Il Censis stima in oltre 3,8 milioni i professionisti non regolamentati.

Non possiamo pensare che siano tutti nemici della concorrenza e della modernità. La realtà è assai diversa. Gran parte del mondo delle professioni vive nella specializzazione competitiva, si aggiorna, investe e ha già spontaneamente anticipato alcuni aspetti della riforma. I commercialisti da tempo non hanno più tariffe minime. Molte categorie hanno adottato l'obbligo della formazione continua (crediti formativi per i medici, commercialisti e consulenti del lavoro). I codici deontologici disciplinano l'uso della pubblicità. Ordini e associazioni (come dimostra la serie di interventi che «Il Sole-24 Ore» pubblica) sono pronti a intervenire anche su aspetti non previsti dal decreto Bersani, ma ugualmente necessari, come la disciplina degli accessi e del praticantato o il futuro delle società professionali.

Il tessuto delle associazioni di categoria, pur fra ritardi e inaccettabili difese corporative, ha garantito un significativo livello di coesione sociale; tutelato valori pubblici, come la salute per esempio; interpretato il cuore di un ceto medio produttivo e responsabile. Non è pensabile che si conservino privilegi di casta, ma è sbagliato e dannoso che una parte vitale del Paese si senta aggredita o punita. La si ascolti, la si rispetti, la si convinca, anche a proporre soluzioni alternative. Le aperture al mercato possono far paura, ma alla fine ci guadagnano tutti: i consumatori, i cittadini e quanti provvedono ad assicurare loro servizi di qualità a condizioni competitive. La concorrenza non è (solo) un decreto varato, nottetempo, è una cultura che va pazientemente condivisa in una società che cresce e guarda avanti.

 

di Ferruccio De Bortoli
da Il Sole 24ore del 04.07.06


Mastella niente blitz, decido io sulle professioni

ROMA. Nessuno poteva avere l'illusione che la liberalizzazione su minimi tariffari, pubblicità e società multiprofessionali per i professionisti iscritti agli Ordini sarebbe stata una passeggiata. Ma il fatto che sia stato lanciato, a distabza di due giorni, un aut aut nel Governo, con l'avvertimento del ministro della Giustizia Clemente Mastella di un possibile appoggio esterno all'Esecutivo (da decidere a settembre), dimostra ancora una volta come le professioni siano materia da trattare con prudenza.

Ieri, l'ufficio politico dell'Udeur, tenutosi nel pomeriggio, ha certificato il «disagio» del partito: «Non possiamo essere gli Unici che danno quotidianamente prova di lealtà verso il Governo, mentre altri pensano al proprio orticello». Il documento approvato all'unanimità dall'ufficio politico Udeur ritiene intollerabili «gli sconfinamenti» in materia di giustizia e libere professioni(...).

Sulle professioni Mastella ha l'obiettivo di mettere le cose in chiaro, con il ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani. Il promotore della liberalizzazione, domenica, aveva preannunciato che l'intervento su tariffe, pubblicità e società è solo un primo passo verso la riforma delle professioni. Per sgombrare il campo dagli equivoci, Bersani aveva anche spiegato perche si è deciso di giocare la carta della sorpresa: l'esperienza dimostra che la concertazione - malintesa - ha finora bloccato i cambiamenti nelle professioni. Cambiamenti che sono invece necessari per garantire un futuro ai giovani. «Chi vuole aprire un negozio in sostanza lo può fare - ha detto ieri Bersani di fronte alla platea di Confesercenti - ma ci sono tante professioni nelle quali, non vedo perchè, i giovani devono mettersi in fila per infilarsi in un pertugio dove c'è qualcuno che tiene la chiave».

E deve essere stata proprio l'insistenza di Bersani a far crescere in Mastella il «disagio». Il ministro dello Sviluppo, per la verità, ha precisato che il coordinamento nella riscrittura dell'ordinamento delle professioni toccherà a Mastella. Tuttavia, il Guardasigilli deve aver ritenuto inaccettabile il rischio di vedersi dettare il compito da altri. Da qui la richiesta al presidente del Consiglio, Romano Prodi che si «riconfermino le responsabilità attribuite ai singoli ministri da confrontarsi in sede collegiale nel Consiglio dei ministri». Altrimenti, l'Udeur è disposto a uscire dal Governo.

Si vedrà nelle prossime settimane se l'incomprensione all'interno dell'Esecutivo può essere riassorbita con una più attenta gestione dei rapporti politici o se Mastella nutre perplessità anche rispetto ai contenuti del decreto legge, che dà tempo fino al 31 dicembre per adeguare alle norme liberalizzatrici i codici deontologici delle professioni.

In ogni caso, il Guardasigilli - rende noto il ministero - ha incaricato il sottosegretario Luigi Scotti di procedere in tempi brevi alle audizioni preliminari dei rappresentati degli Ordini professionali per poi avviare l'iniziativa di un disegno di legge con la collaborazione degli altri ministeri. Nel corso delle audizioni parlamentari Mastella aveva fatto riferimento al testo elaborato nella scorsa legislatura dall'ex sottosegretario Michele Vietti, anche se non aveva nascosto la necessità di cambiamenti. Il programma delle forze di Governo sottolinea la necessità di riconoscere le nuove professioni e le loro associazioni (nella bozza Vietti, invece, l'esclusiva degli Ordini si allungava dalle riserve fino alle attività tipiche), di riqualificare gli aspetti formativi del praticantato (con un equo compenso per il praticante) e di affidare agli Ordini la funzione di formazione degli associati.

 

di Maria Carla De Cesari
da Il Sole 24ore del 04.07.06


La rivolta delle professioni. Avvocati, tassisti, ordini tutti contro una riforma fatta per decreto legge

Se c'è una persona garbata e dai modi raffinati è l'avvocato Maurizio De Tilla, presidente della Cassa nazionale forense (...). Se c'è un uomo pieno di spirito e intelligenza, sempre pronto alle battute, quello è Gian Carlo Sangalli, segretario generale della Cna. Se entrambi, perfino Sangalli che certo non ha simpatie politiche per il centro-destra, sono furibondi per il decreto legge che liberalizza di imperio ampi settori commerciali e le professioni, un motivo non banale ci deve pure essere. Se due uomini di spirito si sentono in queste ore non così lontani dalla rabbia che anima in tutta Italia i tassisti, questo malumore non dovrebbe essere preso troppo sotto gamba come accade. Intendiamoci, non siamo qui a difendere tabù antistorici. Già sabato abbiamo rilevato, a proposito delle nuove norme sulle licenze dei taxi, come fosse più che necessario affrontare il tema della scarsità delle licenze in giro e quindi del servizio offerto specie nelle metropoli a cittadini e turisti. I diritti di questi "consumatori" sono rilevanti, più delle resistenze corporative. Questo era un tema su cui le stesse organizzazioni di categoria che rappresentano i tassisti erano disponibili a discutere. Glielo avesse chiesto qualcuno. Invece poche ore prima del decreto legge tutti sono stati convocati a palazzo Chigi per sentirsi qualche sproloquio sul Dpef. Non una parola sul decreto legge. Così tutti, uscendo da lì e leggendo le prime agenzie sul consiglio dei ministri, si sono sentiti presi per i fondelli. E l'atteggiamento successivo di autorevoli esponenti del governo, da Romano Prodi allo stesso Bersani, non ha aiutato a stemperare il clima. Loro sostengono che le regole del gioco non si discutono preventivamente, ma si impongono, appunto, per decreto come è stato fatto. È una tesi debole. Primo perché la necessità e urgenza di quelle riforme rasenta palesemente l'incostituzionalità. Secondo, perché nel testo ci sono macroscopiche sciocchezze, visto che nessuno dei ministri ha pensato di coinvolgere nella stesura delle norme esperti della materia. Un esempio? Come verranno pagati gli avvocati d'ufficio abolendo ogni tipo di tariffario esistente? E potremmo farne un'infinità. C'è uno spirito buono in quella voglia di riformare e di cancellare privilegi che non hanno ragione. Ma il metodo scelto getta fin troppe ombre. Vorremmo la stessa determinazione dal governo affrontando a muso duro privilegi di casta dei vecchi nuovi grandi poteri, quelli legati ai grandi sindacati. Così, per decreto. Senza convocazione preventiva. Senza la mitica concertazione. Altrimenti questo primo passo del governo Prodi ha il sapore amaro di una lotta di classe...

 

di Franco Bechis
da Italia Oggi del 04.07.06


Tariffe, liberalizzazione anticipata. Indagine ItaliaOggi sugli effetti delle nuove norme. Domani riunione Cup. I minimi di fatto applicati solo dal 40% degli iscritti agli ordini.

L'abolizione dei minimi tariffari professionali anticipata dalla giurisprudenza. Di fronte a una controversia fra professionista e cittadino, infatti, il giudice decide sempre autonomamente. E di fatto disapplica i minimi. In funzione di questo principio, già consolidato in giurisprudenza, la maggior parte degli ordini da tempo ha dato spazio alla libera contrattazione degli onorari. Anche perché, salvo notai e avvocati, che hanno visto adeguare il tariffario rispettivamente nel 2001 e nel 2004, il restante mondo dei professionisti dovrebbe applicare parcelle vecchie di dieci e a volte di 20 anni. Di fatto, non seguono più l'inderogabilità circa il 60% degli iscritti agli ordini. E il restante 40%, convinto dell'utilità dei minimi, applica comunque tariffe non aggiornate (si veda tabella). Insomma, per i diretti interessati, il governo se avesse sentito gli ordini avrebbe evitato quello che da più parti è visto come "un buco nell'acqua".

È quanto emerge dall'inchiesta realizzata da ItaliaOggi sul decreto legge per lo sviluppo socio-economico messo a punto dal ministro Pierluigi Bersani, approvato venerdì 30 giugno e già oggi alla firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un pacchetto, quello sulla liberalizzazione dei servizi professionali, che ancora oggi non smette di alimentare polemiche e critiche. Soprattutto per il metodo utilizzato dal governo di procedere senza prima aver convocato i diretti interessati. Come, invece, era stato promesso a Bologna dallo stesso Romano Prodi alla vigilia delle elezioni. Tanto che per domani il Cup (Comitato unitario delle professioni) ha convocato una riunione urgente per decidere il da farsi. "Lo stesso Prodi", dice oggi Raffaele Sirica, numero uno del Cup e degli architetti, "lo ha scritto nel suo programma che le tariffe per le attività riservate non sarebbero state toccate".

Sempre il presidente degli architetti fa notare come, per esempio, i minimi tariffari applicati dalla sua categoria siano solo indicativi e non con valore obbligatorio. "I loro importi", spiega, "sono vecchi di oltre dieci anni e non hanno subito nemmeno un balzo in avanti con l'introduzione dell'euro. Oltre a essere i più bassi d'Europa". Quello di garantire la qualità dei lavori nel pubblico è una preoccupazione che ha anche Ferdinando Luminoso (presidente ingegneri), che in parte condivide anche lo spirito delle nuove norme. "L'ultimo aggiornamento dei nostri minimi tariffari risale al 1987. Gli importi degli onorari sono talmente bassi che l'eliminazione dei minimi non produrrà di certo nessun effetto negativo per la categoria, anche perché da anni non sono più inderogabili, confortati in tal senso dalla giurisprudenza. Quello che ci rammarica", continua il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, "è che per certe prestazioni non si può lasciare tutto alla libera contrattazione. Oggettivamente ci sono degli standard che vanno rispettati. Penso a tutti quei lavori in cui il professionista si espone a una responsabilità civile e penale: calcoli strutturali, collaudo statico, Denuncia di inizio attività'.

Chi pensa, invece, che il pacchetto Bersani si rivelerà un boomerang è Roberto Orlandi, vicepresidente del Cup e numero uno degli agrotecnici. Che dice: "I professionisti, ora che non devono più attendere l'aggiornamento delle loro parcelle, saranno più tentati di aumentare le tariffe. E non di abbassarle".

Dall'area tecnica a quella legale, i notai difendono a spada tratta la particolarità della loro professione. "Se il governo pensa di applicare la liberalizzazione senza eccezioni", dice Paolo Piccoli, presidente del notariato, "rilevo che noi siamo portatori di una pubblica funzione e non possiamo rifiutare la prestazione a meno che sia contraria alla legge. Vorrei ricordare che il Parlamento Europeo ha più volte sancito la legittimità di tariffe prefissate in casi di interesse generale a tutela del cittadino". Va precisato che i notai sono una delle poche categorie che nel 2001 hanno avuto il decreto di aggiornamento (del 25%) delle tariffe. Altra categoria toccata nel vivo è quella degli avvocati che giudicano, per voce del loro presidente Guido Alpa, "il pacchetto Bersani un provvedimento intempestivo. Soprattutto alla luce delle cause pendenti di fronte alla Corte di giustizia europea che potrebbe darci ragione e legittimare il nostro sistema". Una bocciatura secca che domani potrebbe portare i vertici della categoria a decidere per uno sciopero. Anche Pietro De Paola, presidente dei geologi, difende i minimi tariffari in quanto, ritenuti, "sinonimo di qualità" (dal 1996 ha atteso invano di vedere aggiornati i compensi per i suoi iscritti). Il pacchetto Bersani non costituisce invece un problema per i ragionieri. Che già da tempo usano il loro tariffario, modificato l'ultima volta nel 1996, solo come punto di riferimento indicativo. Dello stesso avviso anche i dottori commercialisti. Il Consiglio nazionale, nonostante la decisione di lasciare alla libera contrattazione l'onorario, ha sempre preteso il massimo della qualità dai propri iscritti.

 

di Ignazio Marino - Gabriele Ventura
da Italia Oggi del 04.07.06


Riforme, spazio alle concertazione. Il presidente del Cno, Marina Calderone, parla della liberalizzazione del pacchetto Bersani. Professioni competitive. Ma con il contributo degli interessati.

I consulenti del lavoro avranno un ruolo centrale nella politica attiva per il lavoro. Ad annunciarlo sono stati congiuntamente il ministro del lavoro, Cesare Damiano, e la presidente del consiglio nazionale dell'ordine, Marina Calderone, che hanno definito il ruolo della categoria nella fase di impostazione programmatica dell'attività del Dicastero. "Crediamo nella cultura della sicurezza del rapporto di lavoro", ha detto il ministro. "Fare emergere il lavoro nero è un fattore di crescita della cultura della legalità; per esempio, una gran parte degli infortuni mortali avvengono per lavoratori al primo giorno di attività in azienda. Il dubbio che in molti casi si tratti di assunzioni effettuate post mortem è molto forte. Per dare sostanza a questa attività abbiamo scelto partner istituzionali per l'attività di monitoraggio: Isfol, Italia Lavoro e i consulenti del lavoro. Per il ministero i consulenti del lavoro sono la categoria professionale di riferimento", ha concluso Damiano, "e hanno nella progettualità del ministero un ruolo fondamentale". La presidente del Consiglio nazionale, Marina Calderone, si è soffermata su questa iniziativa ma anche sui primi interventi del consiglio dei ministri in tema di libere professioni.

  • Domanda. L'Osservatorio del mercato del lavoro, organizzato tramite la Fondazione Studi, è stato creato proprio per valorizzare questa grande banca dati in possesso dei consulenti del lavoro.
    Risposta. Il ruolo che il ministro del lavoro ha inteso assegnare alla nostra categoria ci dà la possibilità di mettere a disposizione delle istituzioni e della collettività la professionalità dei consulenti del lavoro. I dati che raccoglieremo nell'osservatorio ci consentiranno di avere una base di riflessione assolutamente unica nel mondo del lavoro. Dal commento dei dati nasceranno le proposte dei consulenti del lavoro per la modifica e l'implementazione degli strumenti legislativi. A un ruolo di ottimi interpreti delle norme giuridiche e dei contratti, affiancheremo un ruolo attivo di proposizione di interventi per le politiche del lavoro. Un riconoscimento importante dopo quello che, da quest'anno, ci vede protagonisti nella certificazione dei contratti di lavoro. Anche questa volta il ruolo sociale e di terzietà del consulente del lavoro viene fuori.
  • D. Quali solo le iniziative in programma?
    R. Dal mese di settembre partirà un'attività di monitoraggio che porteremo avanti assieme ad Inps, Inail, Isfol e Italia Lavoro. Già da domani presso il ministero del lavoro ci sarà il primo incontro operativo per mettere a punto gli aspetti pratici dell'attività da svolgere.
  • D. Nel frattempo il governo è intervenuto in materia di libere professioni, che ne pensa?
    R. Certamente il metodo adottato ci ha stupito. La concertazione, su cui tanto il governo sembrava volesse puntare nella propria azione, alla prova dei fatti è stata accantonata. Tutto ciò proprio in occasione di interventi riguardanti le libere professioni. Francamente non riesco a comprendere bene i motivi di questa variazione metodologica.
  • D. E sui contenuti?
    R. Occorre valutarli bene, perché se l'obiettivo, come viene sostenuto, è quello della tutela del consumatore, l'intervento di drastica eliminazione delle tariffe professionali non penso vada in questa direzione. Si pensi alla tariffa professionale dei consulenti del lavoro: risale al 1992. Ferma quindi da quattordici anni! Poi, bisogna ricordare che la tariffa prevede anche il massimo con conseguente tutela del consumatore.
  • D. Ma secondo alcuni gli ordini sarebbero di ostacolo alla libera concorrenza.
    R. Anche questo è un'affermazione a effetto che va sfatata. L'accesso alle libere professioni è senza limiti numerici. Chiunque può iscriversi salvo, com'è giusto che sia, il possesso di idonei titoli di studio, un periodo di tirocinio e un esame di stato previsto dalla Costituzione. Del resto, il costante incremento del numero degli iscritti conferma questo dato. A ulteriore conferma giova ricordare che la recente riforma del titolo di studio, che speriamo possa essere completata da questa legislatura, prevede un accorciamento del periodo di tirocinio.
  • D. E sulle società professionali.
    R. La possibilità di esercitare l'attività professionale in società è voluta dai professionisti, ma volendola introdurre nell'ordinamento sarebbe stato naturale sentire i destinatari del provvedimento medesimo.
  • D. E sugli interventi in materia antievasione.
    R. Mi sembra che a fronte di un dichiarato intervento liberista si siano invece introdotti ulteriori lacci e lacciuoli che certo non aiutano nell'esercizio dell'attività. Dispiace perché la nostra categoria è fra quelle che, secondo i dati dell'amministrazione finanziaria, dichiarano di più e gli stessi risultati degli studi di settore lo confermano (sono fra i più congrui e coerenti). Paradossale è dovere far pagare le parcelle con bonifico o bancomat; mi sembrano richieste che stanno fuori dalla realtà che giornalmente viviamo.
  • D. Quali iniziative intende assumere il Consiglio nazionale?
    R. Il dialogo è certamente la via maestra. Vogliamo far comprendere le nostre ragioni, poter partecipare alle innovazioni che riguardano la nostra attività. Sarà tramite il Cup che agiremo perché questa vicenda riguarda tutte le professioni ordinistiche. La cosa strana è che ai professionisti vengono richiesti giornalmente dalle varie amministrazioni dello stato atti di collaborazione mirati alla modernizzazione dell'intero sistema. Le trasmissioni telematiche, per esempio, sono una realtà quotidiana degli studi professionali che riguardano non solo le dichiarazioni dei redditi ma ormai quasi tutti i rapporti con la pubblica amministrazione. Ovvio, che tutto questo non porta alcuna utilità ai liberi professionisti sia perché le attività sono svolte a titolo gratuito sia perché è necessario avere attrezzature sempre più moderne per potere assolvere al meglio il proprio compito. Davanti a queste continue richieste di collaborazione, non essere neanche avvisati di una riforma che ci riguarda è realmente stupefacente.

 

di Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro
da Italia Oggi del 04.07.06


Mastella contro il decreto, Prodi va avanti. Il ministro: esproprio di competenze. Veltroni: sì alla svolta con la concertazione. Il premier: ora Rc auto e banche.

ROMA - Mentre il premier Romano Prodi ritiene che le reazioni delle categorie «davvero non hanno senso» e il ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani si impegna ad andare avanti sulle liberalizzazioni e a «mantenere la direzione di marcia», nel governo scoppia il caso Mastella. «Se continua così - ha affermato il ministro della Giustizia a margine della riunione della segreteria del suo partito - alla festa dell'Udeur di settembre decideremo l'appoggio esterno». Il disagio e l'imbarazzo di Mastella, che in serata ha scritto a Prodi pregandolo di farsene carico, sono diventati incontenibili dopo il decreto sulle liberalizzazioni che tocca gli ordini professionali (di sua competenza) [...]. «... e se si continuano a registrare intollerabili invasioni di campo come la riforma delle professioni, dovremo prendere decisioni». A nulla è servito il tentativo di rasserenare gli animi di Bersani che nel pomeriggio, dopo aver incontrato 14 associazioni di consumatori che lo hanno messo in guardia contro l'attacco delle lobbies, ha precisato che «le misure prese sulle tariffe e la pubblicità rispondono a precise richieste dell'Antitrust e che comunque confluiranno in modo organico nella riforma complessiva delle professioni che spetta a Mastella». Una puntualizzazione, del resto, che Bersani aveva già fatto venerdì al termine della conferenza stampa di presentazione del decreto che ieri è stato inviato al Quirinale per la firma. L'opposizione ha colto al volo l'occasione per incalzare la maggioranza. «Evidentemente Mastella non conta nulla in questo governo», se ne è uscito l'ex ministro della Giustizia leghista Roberto Castelli che a suo tempo fu protagonista di un epico braccio di ferro con il suo sottosegretario Michele Vietti (Udc) sempre sugli ordini. L'attuale ministro, per evitare altre sorprese, ha comunque affidato al sottosegretario Luigi Scotti la delega sulle professioni invitandolo a «procedere».

Caso Mastella a parte, ieri è continuata la protesta delle categorie «colpite» dalle misure del governo, taxisti in tesa che all'aeroporto di Caselle sono arrivati a insultare il segretario Ds Piero Fassino. E se la nuova giunta di Milano si è affrettata a prendere le distanze dalle misure sui taxi (che non sono obbligatorie), il sindaco di Roma Walter Veltroni si è detto d'accordo sulle novità ma ha osservato che «serve la massima concertazione possibile».
Lo stesso Prodi in mattinata, intervenendo all'assemblea della Confesercenti, ha voluto precisare che «le proteste sono sempre comprensibili ma le decisioni sono assunte nell'interesse generale, confido che le proteste possono rientrare al più presto». Davanti ai commercianti «di sinistra» - che lo hanno applaudito molte volte - il premier ha spiegato la filosofia dell'azione di governo. Partendo dalla riflessione che «qualcuno ha aumentato sconsideratamente i prezzi» e che «banche e assicurazioni sono fuori linea», per il Professore ora la manovra deve dare al Paese «meno grasso e più muscoli». Insomma sacrifici per tutti. Compresa la classe politica che deve ridurre i propri costi. «L'esempio deve cominciare dall'alto, oppure il Paese ha il dovere di non seguire il governo».

 

di Roberto Bagnoli
dal Corriere della sera del 04.07.06


INTERVISTA AL GUARDASIGILLI - «La mia parola come il due di briscola. Ma allora che ci sto a fare nel governo?».

ROMA — Dopo il consueto lunedì mattina trascorso a Ceppaloni, il paese del Beneventano del quale è anche sindaco, il ministro Clemente Mastella si è precipitato nella sede dell'Udeur, a Roma, ma lì non ha trovato al suo solito posto il notaio del partito, Claudio Togna: «Il responsabile Udeur per gli Ordini professionali si è dimesso in dissenso con la politica sulle liberalizzazioni del governo», hanno spiegato i collaboratori a un Guardasigilli piuttosto adirato. Che ha risposto ai suoi: «Non saremo certo noi a mettere in liquidazione gli Ordini. Anzi, io li convoco subito al ministero...».

  • Scusi Mastella, ma lei era stato avvertito prima del consiglio dei ministri di venerdì?
    «No, questo non lo contesto. Correttamente il giovedì ero stato informato... Non ho problemi da questo punto di vista».
  • Anche perché in quel decreto sugli ordini professionali c'è poco.
    «Non c'era nulla. Io, comunque, ho fatto le mie obiezioni ma ho anche proposto un ragionamento: se questa è una scelta sul piano politico generale, faccio un sacrifico in nome della collegialità».
  • Invece, gli annunci di Prodi e di Bersani sulle professioni non le sono piaciuti.
    «Ecco, nel governo non può esserci chi è partecipe dell'esultanza e chi, invece, deve andare a fronteggiare le armate degli avvocati e degli altri professionisti che vengono a contestare i provvedimenti. Vedrete, saliranno su per gli scaloni di via Arenula. Gli annunci di guerra finiscono per danneggiarmi».
  • Prodi non ha difeso le competenze del Guardasigilli in materia di ordini professionali?
    «Il presidente non c'entra, mi riferisco agli altri ministri. C'è un quadro in cui io sono sfiorato dalle scelte e al tempo stesso mi devo far carico di queste decisioni: ma così facendo rimango in prima linea su un fronte incandescente mentre gli altri festeggiano nelle retrovie. Questo è molto spiacevole».
  • «Poi passeremo alle professioni...», ha detto Bersani.
    «Io voglio bene a Bersani: è persona che stimo. Ma, a questo punto, trovatevi un altro: le incursioni un po' piratesche arrivano una volta da parte di chi mette bocca sul disegno di legge per congelare l'ordinamento giudiziario (Di Pietro, ndr), poi spunta un altro che parla delle professioni. Allora liberalizziamo anche il ministero della Giustizia. Eliminiamolo».
  • Sicuro?
    «Visto che le professioni finiscono per essere di competenza del ministero delle Attività produttive, visto che sul resto la mia parola conta come il due di briscola, non capisco proprio cosa ci stia a fare in questo governo».
  • Sicuro che uscirà, ministro?
    «Sull'Ici per i beni ecclesiastici, il mio partito deve fare un sacrificio. Sulla bioetica devo trovare un compromesso e ora pure gli ordini professionali. Tutti temi sui quali il nostro elettorato muove rimostranze. Io non posso fare solo sacrifici, nessuno mi impone di stare nel governo. Noi non siamo mica la foglia di fico dell'esecutivo».
  • Bersani dice che sulle regole non c'è concertazione.
    «Mi sta bene, ma che non si concerti tra di noi mi sembra troppo».
  • Dunque, come procederà sugli Ordini il ministro della Giustizia? Lei, al Senato, ha detto che «non bisogna estremizzare la logica del "costo sempre più basso"»
    «Io li convoco, ho dato incarico al sottosegretario Scotti. Noi non mettiamo mica in liquidazione gli Ordini: non siamo all'8 settembre, casomai siamo al 25 aprile. E se loro fanno riferimento al ministro, fanno da sponda e mi supportano, allora noi probabilmente riusciamo a prendere in mano la situazione contro certi tentativi in atto...».

 

di Dino Martirano
dal Corriere della sera del 04.07.06


Liberalizzazioni, capitolo secondo. Quale sarà la prossima mossa di Bersani per rendere più liberi e concorrenziali i servizi? Prenderà di mira il commercio a partire dai benzinai.

Roma - «In Italia i servizi professionali hanno una incidenza sul valore della produzione dei settori esportatori di circa il 6% e l'Antitrust ha rilevato che tanto più i settori esportatori dipendono dai servizi professionali tanto peggiore è la loro performance».
Quello che precede, per chi non lo avesse riconosciuto, è un passo della pagina 131 del Programma ufficiale con cui l'Unione si è presentata alle elezioni politiche. Vi si legge la falsariga della recentissima decretazione del governo Prodi in tema di liberalizzazioni. I servizi professionali non vanno bene; non consentono all'azienda Italia (per dirla con l'espressione cara al predecessore di Romano Prodi) di competere favorevolmente con gli altri paesi; anzi costituiscono un aggravio del 6%.
Vi sono altri motivi di insoddisfazione nei confronti delle tradizionali categorie professionali così enumerate («notaio, avvocato, contabile, farmacista, architetto, ingegnere»). Il settore si è finora «estesamente sottratto alle dinamiche concorrenziali con il fine dichiarato di tutelare il cittadino in nome della natura delicata delle prestazioni offerte (salute, giustizia, ecc.)» (p.130). Dunque l'Unione ha soppesato due aspetti: la natura delicata della prestazione professionale, riservata tradizionalmente a circoli sociali ben protetti; e di fronte, la concorrenza liberalizzante che porta a una vantaggiosa eliminazione di un extra costo del 6% sui mercati internazionali. E ha scelto la seconda.
Se verrà superata l'opposizione di Clemente Mastella che reclama per sé, come ministro di Giustizia, il controllo sugli ordini professionali, e immagina di raccoglierne i voti con il suo partito centrista, è pensabile che il processo di liberalizzazione proseguirà, proprio per conseguire vantaggi concorrenziali.
La concorrenza è insomma il bene che il governo intende perseguire; non potendo imporla immediatamente alle forti strutture industriali e di servizi: banche, imprese a rete, aumenterà la sua pressione nei confronti delle attività professionali. Tutti sanno che l'accesso alle professioni è soggetto a regole severe. E il programma ha una sua idea in proposito e forse in quella direzione andranno le prossime mosse liberalizzatrici del governo: «A questo proposito bisogna valutare se le restrizioni rispondano alle esigenze dei fruitori dei servizi professionali o se non si dimostrino una mera difesa delle posizioni di rendita». (p. 131) Par di capire che una messa a punto del sistema degli ordini professionali sia fatta in modo di consentire «non tanto un accesso meno vincolato, quanto che le attività meno complesse siano svolte liberamente anche da non iscritti agli ordini professionali, come in molti paesi europei» (p. 131).
E' presumibile poi che se il governo insisterà nella sua campagna di liberalizzazione, si rivolgerà al settore commerciale. Una prima iniziativa è attesa da molti anni, quando Pierluigi Bersani era ministro dell'industria (allora si chiamava ancora così). Era convinto della necessità di ridisegnare il sistema dei distributori di carburante, affidandoli anche ai centri commerciali. La mossa era considerata troppo brusca dalle compagnie petrolifere che preferivano non farne niente, allargando piuttosto la mercanzia da vendere nelle stazioni di servizio. Ora che Bersani ha di nuovo il pallino in mano, userà la «potestà legislativa» dello stato in materia di «tutela della concorrenza e di tutela dei diritti dei consumatori (p. 132).
In particolare si favorirà la crescita di «dimensione delle catene distributive nazionali per far fronte alla penetrazione del mercato nazionale di grandi gruppi stranieri e allo spiazzamento dei produttori domestici.».

 

di G. Ra.
da Il Manifesto del 04.07.06

 

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vedi anche:

Liberalizzazione per decreto

Rassegna stampa "pacchetto Bersani"

Cosa dice il Decreto Bersani?

su minimi di tariffa e pubblicitĂ 

In merito a "Il Paese fondato sulle corporazioni"

rettifiche ufficiali all'articolo

La Ue amplia la Bolkestein: deregulation per gli architetti

La nuova bozza della riforma sulla liberalizzazione

Riforma delle Professioni

aggiornamento rassegna stampa

Riforma e Antitrust

Breve rassegna stampa


data pubblicazione: domenica 9 luglio 2006
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