Architettura: Pro e Contro. Intervista a Franco La Cecla

Aspettando l’incontro promosso alla Casa dell’Architettura, il 5 febbraio 2019  

di Redazione OAR

“Il futuro dell’architettura è legato alla capacità di ascoltare e capire il contesto sul quale si interviene e di stabilire un dialogo con le persone che lo abitano”. A dirlo è Franco La Cecla, antropologo e architetto che, lungo il proprio percorso di ricerca, ha approfondito a più riprese il tema dell’impatto sociale dell’architettura, criticando anche aspramente un modo di progettare che finisca per essere autoreferenziale e incapace di interpretare bisogni e richieste del territorio.

Lo abbiamo intervistato, in attesa della sua presenza alla Casa dell’Architettura di Roma (https://ordine.architettiroma.it/attivita-ordine/architettura-pro-e-contro/), per farci anticipare qualche riflessione sul tema.

Nel saggio “Contro l’Architettura” (Bollati Boringhieri, 2008) ha affermato che l’attività dell’architetto è diventata “un gioco autoreferenziale”, che rischia di incidere “poco e male” sul miglioramento della vita della gente, e a volte ne peggiora le condizioni dell’abitare

Troppo spesso la pratica architettonica si è legata a una visione artistica del progetto. L’architetto, però, non è un artista. Al contrario, è un professionista che può (e deve) essere capace di leggere quello che avviene intorno a sé, di ascoltare, osservare e rilevare – ad esempio – l’aspetto umano dell’abitare. In Italia, invece, è difficile trovare qualcuno capace di avere questo approccio, utilizzando competenze sempre più multidisciplinari, come avviene in altri Paesi. La professione si sta schiacciando sull’aspetto formalistico. E non riusciamo ad avere tanti professionisti preparati che sappiano intervenire su sfide come quelle dell’abitare informale o su grandi temi come quello della mobilità urbana. Poi, ovviamente, ci sono le eccezioni.

Una sempre maggiore partecipazione dei cittadini alla costruzione dei progetti, anche utilizzando i canali social, può essere una prima soluzione?

Credo molto di più nella trasformazione della professione che nella partecipazione fine a se stessa. E’ prima di tutto dall’interno di un progetto (e di chi lo fa) che deve nascere la capacità di ascoltare i luoghi e le persone. Le nuove tecnologie possono avere un ruolo nello spingere certi temi, ma per un altro verso i social network tendono a svuotare di presenza fisica i luoghi, e – nello specifico – le città.

Qual è, allora, la strada da seguire?

In questi anni ho tentato di spostare l’approccio all’architettura verso qualcosa di diverso. Verso l’idea che l’architetto non debba occuparsi ‘a posteriori’ degli effetti del suo progetto, ma avere –  da subito – capacità di lettura del contesto, competenza e consapevolezza delle situazioni in cui si trova ad agire. C’è grande miopia, tuttora, nei confronti del vissuto di un territorio: l’architettura deve recuperare il suo legame con le scienze umane; essere sensibile al territorio e a chi lo vive. E, per farlo, occorre innanzitutto potenziare gli strumenti di ascolto e condivisione. Dal fieldwork fino a qualcosa che assomigli ad un ‘cantiere aperto’, con cui i futuri utenti possano interagire, immergendosi nei luoghi. In questo senso, entrano in gioco le metodologie sviluppate dagli antropologi.

Quali sono, secondo lei, le sfide più importanti da affrontare – oggi – nelle città?

L’architettura deve essere capace di cambiare il tessuto urbano, incrementandone la vivibilità. I progetti devono essere in grado di creare spazi pubblici, che non siano solo centri civici, ma luoghi in cui si generi capacità di incontro. Un esempio concreto di intervento nelle città? Non accettare la trasformazione dei centri urbani in shopping center. Creare spazi ispiratori, il meno costrittivi possibile per le persone rispetto a specifiche funzioni, lasciando che siano gli abitanti stessi a ‘inventarsi’ gli usi degli spazi. Recuperare, da parte degli architetti – in un certo senso – la capacità di essere scomodi.