Architettura: Pro e Contro. Intervista a Michele De Lucchi

Aspettando l’incontro promosso alla Casa dell’Architettura, il 5 febbraio 2019

di Redazione OAR

Architetto e designer, ama presentarsi così: “Sono Michele De Lucchi, un creatore di oggetti.” Grandi o piccoli che siano questi oggetti popolano la sua mente, prendono vita nei suoi disegni per poi entrare in contatto con l’utilizzatore. Più volte vincitore del Compasso d’Oro, ex direttore della rivista Domus, tra i principali protagonisti di Expo 2015 per il quale ha firmato anche il Padiglione Zero.

L’abbiamo incontrato, anticipando la sua presenza alla Casa dell’Architettura di Roma (https://ordine.architettiroma.it/attivita-ordine/architettura-pro-e-contro/), per indagare le sfide progettuali con cui gli architetti oggi devono confrontarsi e per scoprire alcuni segreti di chi è capace di passare con grande abilità “dal cucchiaio alla città”.

Quando si ritiene davvero soddisfatto della sua soluzione progettuale? Come capisce che l’oggetto acquisisce vita propria?

Quando l’oggetto entra in contatto con l’utilizzatore, perché tra il pensare agli oggetti e renderli disponibili agli utilizzatori corre un processo molto lungo, complicato e faticoso: il più delle volte questo processo non arriva all’utilizzatore, perché sono troppi i fattori che intervengono dall’idea all’utilizzo. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

I suoi oggetti parlano al pubblico da vicino o da lontano a seconda della loro dimensione e del punto di vista di chi li osserva. Si riesce a riconoscere e/o donare più facilmente valore ad un oggetto piccolo che si osserva a distanza ravvicinata, oppure ad un oggetto grande che si può indagare e percorrere all’interno?

Bisogna innanzi tutto distinguere cosa vuol dire valore: c’è il valore d’uso, il valore simbolico e poi c’è anche il valore di mercato. Sono tutti valori molto diversi e molto suscettibili di influenze, variazioni e interpretazioni da parte di altri.

La cosa che mi sembra più importante rilevare è che quando un oggetto lo si valuta come oggetto, quindi decontestualizzato, e dico decontestualizzato in tutti i sensi, sia per dove si trova, sia per il contesto culturale, sia per il contesto comunicativo e interpretativo, allora si riesce a valutarlo molto meglio e si riesce ad estrapolare il contenuto più qualificante, separandolo da tutte le distorsioni possibili.

Qual è il confine tra design ed architettura? Un architetto è un designer ed un designer è un architetto?

Ho sempre sofferto a questa domanda. Ho incominciato a non soffrire più solamente quando mi sono definito “costruttore di oggetti”, perché il confronto disciplinare è molto vago e molto teorico. Il vero tema è “gli utensili dell’uomo e il suo ambiente”.

Il valore di un oggetto è intrinseco o estrinseco? E’ oggettivo o personale?

Ambedue. Come scriveva il poeta inglese John Donne, “Nessun uomo è un’isola”. Questa frase vale soprattutto per gli architetti, perché il mestiere dell’architetto è mettere insieme la propria espressività con l’espressività ambita dalla società. Come dico sempre ai miei studenti, gli architetti sono “alone together e together alone”.

L’evoluzione digitale apre nuovi confini alla nostra professione. Avvicina o allontana dall’essenza dell’oggetto?

Ci sono sicuramente differenze tecniche e di mercato, ma anche tante costanti. Una costante oggi fondamentale è l’industria, cioè la capacità di rendere tutto quanto industrializzabile, perché l’industrializzabilità produce quella convenienza di mercato indispensabile a qualsiasi oggetto, grande o piccolo che sia, per diventare diffondibile.