Internazionalizzazione. Base a Roma e clienti stranieri

di Redazione OAR

Scavalcare i confini nazionali per aprirsi al mercato estero: in una parola “internazionalizzazione”.

Davvero è questo il futuro della nostra professione? È così facile esportare il nostro sapere?

Senza illudersi che questa sia la strada per risolvere i problemi occupazionali degli architetti italiani, per poter avviare un processo di internazionalizzazione servono dei requisiti specifici.

Ne parliamo con l’architetto Federica Caccavale dello studio AKA Project (da lei fondato a Roma assieme ad Alessandro Casadei e Paolo Pineschi), che ha scelto con successo di orientare la propria esperienza professionale verso altri Paesi.

Tre architetti, ciascuno con le proprie esperienze e formazione. È la volontà di aprirsi all’estero che vi ha spinto ad associarvi?

AKA è nato nel 2000 come un network di architetti attivi in diversi paesi europei. Siamo stati la prima generazione a sperimentare in pieno la rivoluzione del web, con un’organizzazione del lavoro completamente diversa, anche svincolata dai luoghi fisici. Col tempo, assieme ad Alessandro Casadei e Paolo Pineschi, siamo passati a una struttura più tradizionale di studio, ma di quella fase iniziale è rimasta la convinzione che l’architettura sia un mestiere collettivo ed i punti di vista diversi una risorsa fondamentale.

Cosa vi ha spinto a guardare oltre i confini nazionali e come vi siete inseriti nel contesto estero?

Per una strana coincidenza tutti e tre, all’inizio del nostro percorso professionale, abbiamo lavorato per qualche anno all’estero o comunque su progetti non in Italia. In paesi diversissimi come la Germania, l’Albania, la Svizzera, ma senza fatica. Lavorare fuori dall’Italia ci è sempre sembrato naturale. È stato in qualche modo più difficile tornare a lavorare nel nostro paese. E se capiamo bene la difficoltà degli stranieri, per esempio quando si devono confrontare con la burocrazia italiana, è anche perché con questa complessità a un certo punto ci siamo scontrati pure noi. Alcune difficoltà di traduzione vengono semplicemente da un modo diverso di strutturare il lavoro, come il ruolo della Direzione Lavori, che non esiste nell’accezione italiana. La legislazione è sempre diversa: l’organizzazione dei ruoli e le diverse figure professionali che operano sono declinate all’interno del cantiere in maniera differente in ogni paese. Tradurre il termine “Direttore dei Lavori” in inglese è impossibile. All’estero esistono figure come “Construction Supervisor” o “Construction Manager” o anche “Site Architect”, ma nessuna corrisponde esattamente, anche perché spesso lavorano su incarico dell’impresa. In altri casi ci sono concetti difficili da spiegare. Un caso per tutti: il condono.

Lavorare a Roma o da Roma? Sono clienti stranieri che investono in Italia o lavorate prevalentemente all’estero?

Per diversi anni abbiamo lavorato in prevalenza con clienti stranieri in Italia, ma nell’ultimo anno le cose sono un po’ cambiate ed è cresciuta la parte del nostro lavoro all’estero. Spero sia solo un nostro dato autobiografico e non il segno di una tendenza generale ad avere più paura di investire in Italia… Gli stranieri sono molto attratti ed altrettanto spaventati dal nostro paese.

Quando la cultura italiana si incontra con quella di un altro Paese, si innesca un meccanismo di dare – avere. Cosa si impara? Cosa invece si dà?

L’Italia ha un’incredibile cultura degli spazi pubblici e un’esperienza senza confronti nell’intervento sul patrimonio esistente. Ci sono paesi tecnologicamente più avanzati in cui prevale però la standardizzazione. Recuperare o ripensare o valorizzare un edificio che già esiste vuol dire capirne e valutarne l’unicità, sviluppare strategie su misura, mettere in conto di dover prendere alcune decisioni anche durante il cantiere. In questi ambiti possiamo insegnare molto. Da altri paesi dovremmo imparare il rispetto del ruolo fondamentale dell’architetto, che in Italia è andato purtroppo progressivamente perso, oltre all’attenzione per la qualità dell’architettura contemporanea. Non si può vivere solo sulle spalle del passato riducendo gli interventi contemporanei a pura risposta ad esigenze funzionali: c’è ancora molto da dire.

E, raccogliendo l’invito dell’architetto Caccavale, con la speranza di dire ancora molto, in Italia e all’estero, noi facciamo il tifo per gli architetti, romani e non, affinchè la loro formazione, così trasversale ed eclettica, molto apprezzata all’estero, possa essere una base solida per far emergere il valore di un atto intellettuale ed intangibile, se non alla fine, come quello della nostra professione.

 

Dialogo aperto con gli studi romani. La redazione OAR si confronta sul futuro della professione raccogliendo e raccontando progetti e riflessioni degli #architettiromani

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